Judo: Shiai Kata e Sport

di Alessio Oltremari

koshiki

Con il passare del tempo tutto tende a cambiare. A volte le cose muovono verso una evoluzione positiva, a volte verso un radicale cambiamento, a volte verso la loro fine.
Non so se quanto sta accadendo nella disciplina del Judo sia una radicale cambiamento o una strada aperta verso la fine, penso solo che non sia una positiva evoluzione.
Sia nell’ambito dello Shiai che del Kata la progressiva specializzazione agonistica sta modificando la tecnica e i modi della pratica. La globalizzazione del Judo ha portato a svuotare progressivamente il contenuto culturale di questa disciplina che, nata come parte integrante del Budo, si sta sempre più trasformando in puro sport.
Io non intendo criticare lo sport che ha indubbi meriti sociali, mi spiace solo che l’assunzione del Judo e di altre discipline a sport, ne stravolga l’anima. Mi è capitato di guardare alcune competizioni di scherma durante le Olimpiadi. Devo dire che si tratta di uno sport che evoca uno stile e dei modi che sono senz’altro molto belli. Non posso altrettanto dire del Judo, dove le zuffe di cui si nutrono i combattimenti, non evocano certo classe e bellezza e mi hanno indotto ancora una volta a spengere la TV. Tornando alla scherma è evidente la sua origine “marziale”, e tante sono quindi le cose che la legano al Budo. Il combattimento, qualunque forma esso prenda ha radici che accomunano, specie quando come nel caso della scherma sia legato ad esperienze antiche e profonde. Nella scherma ho visto che in un combattimento la vittoria viene ottenuta dalla somma di molti punti che si ottengono in successivi scambi. Questo rende certa la vittoria, impedisce la sua casualità, rende il tutto anche spettacolare, ma allontana la condizione mentale di chi combatte dal senso originario del combattimento stesso. Se si viene colpiti, anche solo feriti, nel combattimento reale tutto è perduto. Nella mente di chi combatte questo è chiaro e il combattimento stesso cambia la sua forma per questo. Le attese si fanno lunghe, la capacità di tenere la concentrazione anche durante l’attesa dell’attacco definitivo diviene fondamentale. Tutto si gioca in un attimo che per questo è circondato da una preparazione lenta. Il senso del combattimento nel Budo non è solo l’attimo dell’attacco, ma quello che c’è prima, compreso il fatto di essere coscienti che ci sarà solo una chance. In una sola volta viene deciso il tutto. Questo è il senso dell’Ippon. Nella ricerca dell’Ippon, che può voler dire attendere e non solo attaccare, che può voler dire lentezza e non solo gesto atletico, sta uno dei pilastri del Budo. La possibilità di sperimentare incruentamente la esperienza del combattimento attraverso lo Shiai, ci da la possibilità di attingere alla cultura sviluppata dal Budo e dal Bujutsu. Ci viene permesso di trovare la condizione mentale, la lucidità, la decisione, il distacco ricercato dagli antichi guerrieri in una forma moderna che ci permette formare il nostro carattere e la nostra coscienza di sé, qualità che poi ci aiuteranno a realizzarci meglio nella vita e a contribuire al mondo che ci circonda.
Questo è il messaggio che possiamo ricevere dalla pratica dello Shiai, quando questo viene condotto nella sua forma originale, che non è quella di una lotta a punteggio,ma qualcosa di molto diverso.
Il mondo intorno però chiede che il combattimento sia comprensibile, che il risultato sia certo e non casuale e che possibilmente il tutto sia anche spettacolare, magari per poterlo far digerire in TV. Il senso della pratica dello Shiai però è ben altra cosa. Non voglio qui fare una precisa analisi di come il combattimento nel Judo sia una forma di educazione mentale e fisica, voglio solo dire che le regole e i modi con cui questo viene effettuato fanno si che si mantenga viva in esso la cultura del Budo o che esso si trasformi in puro sport. La stessa cosa si può dire per la pratica del Kata. Fino a quando esso è una forma di Budo o quando diviene un esercizio sportivo? Dipende molto dall’anima con cui lo si pratica. Se lo si vive come mezzo per acquisire una conoscenza o come esercizio di cui dimostrare bravura. Questo implica che il concetto di gara di kata, in cui si dimostra la eccellenza raggiunta, trasforma la pratica di questo esercizio in puro sport.
Kano ha lasciato scritto che la competizione è molto importante. Secondo lui questa rende più interessante la pratica, nel senso che la motivazione alla competizione avvicina i giovani e li tiene vicini alla disciplina. Questo significa che la competizione può essere usata per fare si che i praticanti studino la disciplina, non si può certo permettere che la competizione stravolga la disciplina.
Ma attualmente sembra che nel mondo giri un vento diverso.
Il Giappone, bene o male, ha sempre detto di voler riportare il Judo verso canoni più tradizionali, ma nel resto del mondo molti lavorano per il fine opposto. In Giappone molti intendono ancora lo Shiai con la sola considerazione di Wazari e Ippon, mentre nel mondo c’è chi opera al fine di introdurre un giudizio del combattimento basato sulla somma di grandi e piccoli punteggi ottenuti. Recentemente il Giappone ha perso molta forza all’interno della International Judo Federation, e questo non fa pensare al meglio per il futuro.
Ma anche in Giappone si sente il vento che muove il resto del mondo. Anche i modi di allenamento delle università giapponesi mano a mano somigliano sempre più a quelli occidentali. Randori e Shiai giapponesi spesso non sono più molto diversi da quelli di altri paesi. Perfino il Kata comincia a cambiare.
Il Kodokan di Tokyo nel tempo ha modificato i tipi di certificato che questo istituto rilascia a chi supera gli esami di Kata, che in genere vengono tenuti al termine del kaki Koshukai (Corso estivo) che si tiene annualmente fra la fine di Luglio ed i primi giorni di Agosto.
Originariamente, fino al termine degli anni ’90, chi superava l’esame otteneva il certificato ShutokuSho, dove il primo carattere indicava Osameru (padronanza e maestria nell’esercizio).
Successivamente sono stati introdotti due criteri di valutazione per chi superava la prova, creando due livelli di certificazione.
Entrambi si leggevano Shutokusho, ma mentre uno era caratterizzato dall’ideogramma Narau (imparare), livello che intendeva riconoscere una buona esecuzione dell’esercizio, l’atro iniziava con l’ideogramma osameru, che come detto prima intende maestria, aver recepito a fondo.
In fondo era stato istituita una prima forma di punteggio, di chiara valutazione, di classifica.
Attualmente sono attribuiti tre livelli:
Il primo è detto Shutokusho (Narau) ed è paragonabile al vecchio primo livello, nei suoi punteggi inferiori.
Il secondo è detto Seitsukujuku-sho. Esso va dai punteggi alti del vecchio primo livello ai punteggi bassi del vecchio secondo livello. Il suo nome implica maggiore abilità, completezza ed energia raggiunti.
Il terzo è detto Jukutatsu-sho. Il suo nome implica maestria nell’esercizio.
Un po’ come una volta nello Shiai si dava valore solo all’Ippon, e poi sono nati wazari, Yuko e Koka, nel kata una volta c’era aver superato la prova, mentre ora la si può superare con varie distinzioni di livello.
Ancora una volta una classifica. Se la valutazione originaria certificava di una abilità raggiunta o meno, di aver superato o meno un ostacolo, nel tempo è nata una scala di valori, un punteggio che va incontro ad esigenze di chiarezza, di comprensibilità e in fondo anche di sport.
Non si tratta più solo di avanzare in un percorso personale ma anche di avere una sua riconoscibilità all’esterno, si tratta di un lento, ancora piccolo, ma significativo snaturamento della valutazione dell’esercizio in relazione alla sua sostanza. Questo non vuole dire che i valutatori del Kodokan non siano capaci, si tratta in genere di personaggi al di sopra di ogni giudizio. Non si parla di questi maestri, si parla delle regole del gioco, dei criteri di attribuzione di valore. In fondo presto ci saranno anche i campionati mondiali di Kata. Gli anziani maestri, il valore delle loro profonde esecuzioni sarà probabilmente oscurato dalle vuote ma spettacolari dimostrazione dei giovani. Un anziano non può cadere come un giovane, non può muoversi così agilmente, ma trattiene una diversa esperienza nei suoi gesti,che forse perderà di valore agli occhi del mondo.
I tempi cambiano, il vento a volte cambia direzione.
Io non credo che questo vento spinga nelle vele del Judo inteso come Budo. Penso che lo spinga sempre più verso lo sport. Non credo che lo sport sia un male. So soltanto che il Judo proviene da un’altra cultura e dovrebbe guardare ad altri orizzonti.

Alessio Oltremari

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